Sabato, 04. Settembre 2010

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SACRA EFFIGE

Maria SS. della Rotonda

La Venerata Icona di Maria SS. della Rotonda è dipinta su tavolo di tiglio, fatto di due pezzi identici, legati tra loro grazie a tre tasselli e chiusa in una splendida cornice dorata.

Il Quadro ha forma rettangolare, alto 112 cm e largo 84. La Vergine è vestita alla greca, con manto verde-azzurro, fregiato di varie crocette e la sottoveste in rosso. 
In grembo Le posa il Divin Figliolo, completamente nudo, disteso sulle ginocchia della Madre, mentre a destra Le sta ritto San Giovanni Battista, vestito di un tonchino verde, in atto di preghiera e con una lunga croce tra le braccia. 
Tutto il gruppo è su fondo verde cupo.

Tante volte il tema legato all’epoca approssimativa di realizzazione dell’Amata Immagine è stato affrontato: trascurando ipotesi dal forte fascino, una delle quali indica in San Luca, abilissimo nel riprodurre numerose scene religiose, l’autore dell’opera, ci sembra di grande utilità spostare l’attenzione su analisi più recenti e sicuramente più serie che indicano una datazione compresa tra il 1200 e il 1400. 
Queste ultime supposizioni, però, cozzano palesemente contro altre convinte dell’esistenza del Quadro già nel secolo decimo.
Tuttavia le precedenti generazioni, non avendo nessun tipo di conoscenza artistica né fonte storica a cui appigliarsi, elaborano la famosa Leggenda tramandata di padre in figlio.

La leggenda narra...

Parete, secolo XIII. In un Lunedì in Albis, un cacciatore aversano di nobili origini si reca per una battuta di caccia nella località Rotonda, quando s’accorge improvvisamente di non essere più seguito dal suo cane.
Lo chiama e richiama numerose volte, con pessimi risultati, poi decide mettersi alla ricerca dell’animale ritrovandolo a breve distanza, intento a scavare nel terreno con gran lena.
Il padrone lo incita più volte a lasciar perdere, ma invano, così s’avvicina, lo lega a sé con un fazzoletto e lo trascina via da quel punto.
La bestiola, però, non si acquieta continuando a recalcitrare, ringhiare e dimenarsi. Non appena il cacciatore la lascia di nuovo libera, ritorna nello stesso posto da cui è stata allontanata con forza.
Incuriosito dall’atteggiamento del cane, il signorotto, preso pure lui dalla voglia di svelare l’arcano nascosto in quella zolla di terra, ordina ad un contadino di Parete, che sta lavorando nei paraggi, di continuare a scavare lì dove l’animale aveva cominciato.
Il villano si mette all’opera, quando all’ennesimo colpo di vanga si sente un rumore secco.
Estrattala dal terreno, i due uomini notano che essa è intrisa di sangue ed inorriditi da tale scena, gridano a più non posso attirando l’attenzione degli altri villici pronti a precipitarsi in aiuto dei malcapitati.
- Cosa mai può esserci? - è questa la domanda che ognuno dei presenti si pone e che, nonostante il macabro fenomeno, spinge ad andare avanti, tutti assieme, nell’opera di scavo.
Un misto di cautela e di fremito accompagna l’azione dei vari protagonisti.

Scena del Ritrovamento - R. Iodice 1932

Finalmente, dopo qualche minuto, ecco apparire dal terreno un quadro in legno con immagini vivissime: lo ripuliscono e scoprono che vi è raffigurata una Madonna con in braccio un Bambino dal cui sopracciglio sinistro, squarciato, sgorga sangue in gran quantità. 
Subito si grida al miracolo e la notizia si propaga immediatamente in Parete facendo accorrere gente perfino dai paesi vicini, specialmente da Aversa.
Dopo i primi attimi d’estasi e adorazione collettiva, cominciano le discussioni: sia i Paretani sia gli Aversani accampano diritti di proprietà sull’Icona; i primi, facendo leva sul luogo in cui essa è stata ritrovata, i secondi sulla cittadinanza di chi l’ha recuperata.
Alla fine i nostri compaesani sono costretti a cedere e il gruppo proveniente dalla città normanna, pieno di gioia, si accinge a portar via l’Icona, quando accade un prodigio ancor più grande del precedente.
D’improvviso, l’Immagine si fa pesantissima: due, quattro, sei uomini non bastano e quindi si decide di ricorrere ad un carro trainato una coppia di buoi; ciò nonostante tutto è inutile perché le bestie cadono addirittura in ginocchio.
I presenti, stupiti dall’incalzare degli eventi non sanno che fare. Solo un concittadino, come obbedendo ad una celeste ispirazione, si fa avanti, solleva il Quadro, divenuto leggerissimo alla maniera di una piuma, e si avvia verso Parete.
Il messaggio è inequivocabile: la Vergine Maria vuole stare accanto alla Comunità Paretana per farle sentire tutto il suo immenso amore materno e sostegno nel quotidiano; agli Aversani, adesso colti da un sentimento di mestizia, non resta altro che tornare a casa, rassegnati.
A ricordo del luogo del ritrovamento, e proprio da quel giorno, la Madonna comincia ad essere invocata nelle nostre terre col titolo “della Rotonda”.

Sin qui la Leggenda. A questo punto viene da chiedersi quanto ci sia di vero.
Ben poco. Colpisce però la ricchezza dei particolari.
Anzitutto la ferita sul sopracciglio del Bambino può essere spiegata in questo modo. Il dipinto ha subito molti restauri nel tempo. Purtroppo gli incaricati a tale compito non sempre si sono rivelati all’altezza della situazione. Forse uno di questi “maestri” ha addirittura provocato il distacco del legno all’altezza del volto di Gesù riempiendolo con impasto rosso. Ciò ha alimentato la “leggenda” formulata, in virtù dei nostri ragionamenti, solo dopo di uno di siffatti “recuperi” e volta a giustificare quello che oggi apparirebbe ai più soltanto come uno scempio.

Ma perché l’Icona è ritrovata esattamente in questa località? Numerosi atti indicano, attorno al secolo decimo, l’esistenza nella stessa zona di un villaggio chiamato Santa Maria ove sorgeva una Chiesetta denominata allo stesso modo. Qui, a detta di alcuni, era già venerata l’Immagine della Madonna. 
Anche di questa Cappella, oggi alla periferia di Parete, in aperta campagna, risulta difficile stabilire il periodo preciso di costruzione. C’è chi ipotizza un periodo attorno al V secolo d.c., ma le prime notizie dettagliate si hanno solo dal 1351 e recano la firma dell’allora Vescovo di Aversa Angiolo de Rigasoli.

Cappella campestre

Sopravvissuta ai numerosi abbandoni e terremoti di cui è stata vittima nel corso dei secoli essa ci giunge oggi in un aspetto che forse non rende giustizia all'iniziale forma tondeggiante dalla quale ha avuto nome pure il Quadro della Madre di Dio. Innanzi al visitatore, infatti, si pone adesso un minuscolo caseggiato squadrato.
All'interno, spicca l’altare maggiore in marmo, innalzato nel 1907, su iniziativa del sacerdote don Giuseppe Marino, che segue il precedente di legno andato distrutto dopo un incendio 
Sul fondo dell’edificio, dall’alto verso il basso, appaiono riprodotte nel muro le sembianze dell’Onnipotente Padre, dell’Immacolata Vergine, dei Santi Pietro e Paolo e in più cinque minuscole scene circa il ritrovamento della Sacro Quadro. 

Abside - Interno Cappella


Come riferito sopra, inoltre, il racconto tramandato nei secoli circa il ritrovamento del Simulacro di Maria Santissima si chiude con una repentina traslazione della medesima nella Chiesa di San Pietro Apostolo.
Questa affermazione, tuttavia, non trova riscontro oggettivo in nessuno dei documenti parrocchiali disponibili.
Probabilmente l’Immagine rimane nel luogo del suo miracoloso apparire per tantissimo tempo, conservata all’interno della Cappella campestre.
Ad un certo punto però, forse per l’amore filiale che li lega alla Vergine, i Paretani decidono di condurre l’Icona all’attuale dimora.
Consultando alcune fonti scritte si può affermare con certezza che tale evento precede di poco la fine del XVI secolo.
Infatti, notizie sul Quadro si riscontrano per la prima volta nel 1597, anno della “Visita” del Vescovo Pietro Ursini. Al foglio 297 è riportata la notizia della “recente erezione” di un altare dedicato alla Madre Celeste.
Il dipinto conosce un’iniziale sistemazione nella prima cappella a destra dell’altare maggiore alle cui spalle viene traslato solo nel 1954.

Nei giorni di festa, però, l’Icona lascia la sua abituale dimora per essere esposta alla venerazione dei fedeli sul tradizionale Tempietto in legno. Meglio conosciuto come Trono Portatile e tuttora utilizzato in occasione delle processioni del Lunedì e della Domenica in Albis, esso viene costruito intorno alla metà dell’Ottocento.

 

Tempietto in legno

Quasi completamente rivestito d’oro finissimo, esso presenta, ai suoi lati, due piccole colonne, richiamanti, in maniera molto vaga, un certo stile corinzio. La parte superiore reca una stupenda corona, perfettamente circolare, a cui è appeso un dato numero di ciondoletti.
Due piccoli angeli, situati rispettivamente alla destra e alla sinistra di tale insegna regale, sono in atto di indicare il simbolo della Redenzione. 
Un meraviglioso manto color celeste, arricchito da un sapiente ricamo di stelle, occupa la posizione alle spalle della macchina lignea. 
Nel periodo dei festeggiamenti patronali, il baldacchino è poggiato su un’artistica mensola di bronzo, dono del concittadino Giuseppe Cecaro, e costruito dal bronzista partenopeo Carlo Ippolito su disegno dell’ingegner Davide Cecaro, fratello del benefattore. 
Molteplici sono i restauri subiti dal Tempietto nel corso degli anni: i più vicini a noi sono datati 1998, con il rifacimento della corona e dei ciondoli sovrastanti il Trono, e 2002, con il recupero degli altri pezzi.

 

 

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